Lo scandalo del diritto d’autore

La possibilità della fine della libertà sul web

Nel mercoledì 20 giugno la commissione parlamentare europea ha approvato “la riforma del diritto d’autore” con i suoi due articoli: l’articolo 11 (approvato con 13 si contro 12 no) e l’articolo 13 (approvato 15 a 10).

L’articolo 11, chiamato anche “link tax”, obbliga ad avere un’apposita licenza concessa dagli editori di contenuti giornalistici online per chi usa le loro anteprime (o snippet); questo articolo permette di decimare nonché sancire tutti gli “aggregatori di notizie” e il loro modello di business.

L’articolo 13 impone di monitorare e correggere il comportamento degli utenti in materia di copyright. Questa è una prerogativa possibile per aziende sufficientemente grandi che, non solo può mettere in difficoltà le piccole aziende per la condivisione di contenuti, ma anche, secondo gli attivisti, può diventare un imponente strumento di censura e una minaccia alla satira e alla parodia.

Gli articoli non sono ancora in vigore, infatti il voto del 20 giugno è stato solo l’inizio del lungo processo legislativo. Dopo la prima maggioranza, gli articoli verranno nuovamente votati dall’intera commissione giuridica composta da 75 membri.

Il voto dei primi 25 non rende effettiva l’approvazione dei nuovi articoli, ma evidenzia la propensione verso la tutela del diritto d’autore da parte dell’influente parlamento europeo.

Molti movimenti per la difesa della libertà nel web hanno donato la possibilità a molti di far sentire la propria direttamente ai deputati europei.

Come ogni riforma si hanno dei lati positivi e dei lati negativi, la tutela da parte dei social del diritto d’autore aumenterebbe esponenzialmente togliendo molti contenuti dalle grandi piattaforme come Youtube o Instagram, ma la grande community del social network si ritrova spiazzata davanti a questo possibile cambiamento temendo non solo la perdita degli amati “meme” che fanno ormai parte della satira adolescenziale, ma perfino “la fine del Free-web” passando dalla libertà alla “difficoltà di esprimere il proprio parere” (riprendendo le parole della deputata europea Julia Reda).

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